mother! / MADRE! (2017) Thriller psicologico/Dramma/Folk horror

C’è un momento preciso, in mother!, in cui lo spettatore comprende che il film non sta più cercando di raccontare una storia, ma sta costruendo la genesi di un processo escatologico: il ciclo di distruzione e creazione.

Il regista conduce il pubblico dentro un thriller psicologico apparentemente semplice: una donna vive isolata con il marito scrittore in una grande casa di campagna, lentamente invasa da ospiti indesiderati, intrusioni e violazioni sempre più aggressive. Poi qualcosa cambia. Il realismo implode e la narrazione collassa su sé stessa. La casa smette di essere una casa e diventa parte attiva della trama: un organismo vivente, una cattedrale, un pianeta, un corpo martirizzato, un Inferno che si crede Paradiso.

Il cinema di Darren Aronofsky ha sempre avuto un rapporto ossessivo con il dolore del corpo e con la dimensione spirituale della sofferenza. I suoi personaggi inseguono continuamente una forma superiore di trascendenza, salvo poi esserne divorati. Ma con mother! il regista abbandona qualsiasi metafora implicita: costruisce un testo apertamente simbolico, quasi testamentario, in cui ogni elemento esiste contemporaneamente come evento narrativo e come riferimento religioso.

La “madre” interpretata da Jennifer Lawrence non possiede un nome. Non ne ha bisogno. È un’allegoria, sa di esistere ma non ne conosce il motivo: scorre.

Lui, invece, il poeta interpretato da Javier Bardem, è qualcosa di superiore: un creatore narcisista, dipendente dall’amore dei propri fedeli, incapace di fermare il caos generato dalla propria esigenza di essere venerato.

Attraverso scene grottesche, disturbanti ma pienamente pertinenti al contesto cinematografico ricercato dell’autore, la pellicola inizia a seminare indizi attraverso scene ispirate al Testo Sacro, risultando subliminali, stratificate, allusive, contemplative…

Ed è lì che mother! rivela la propria vera natura: una violentissima allegoria biblica sulla creazione, sull’umanità e sull’ego distruttivo di Dio. Da quel momento il film accelera verso un’apocalisse sempre più delirante. La casa si riempie di esseri umani. Fedeli, devoti, saccheggiatori, consumatori, militari, fanatici religiosi. Aronofsky trasforma l’adorazione in devastazione: l’umanità invade il creato e lo distrugge mentre proclama di amarlo. È probabilmente l’aspetto più feroce che condanna l’idea stessa dell’uomo come specie incapace di convivere con ciò che venera.

Ogni stanza devastata diventa un’immagine della crisi ambientale contemporanea. La Madre soffre, sanguina, urla, ma nessuno ascolta davvero. Tutti vogliono qualcosa da lei. Nessuno vuole salvarla. La seconda metà del film è praticamente insostenibile! Ogni logica spaziale e temporale viene alterata e non esiste più distinzione fra incubo e realtà. Lo spettatore viene trascinato dentro un crescendo claustrofobico costruito come se il film stesso fosse in preda a un attacco di panico. È proprio questo che ha diviso il pubblico e ha reso questo film polarizzante.

La sequenza del bambino rappresenta il punto di non ritorno: la religione diventa consumo mentre la fede diventa fame insaziabile!

E il poeta, anziché fermare tutto, perdona, forse perché Dio ama l’umanità più della creazione stessa. Chi è davvero il mostro?

Giuseppe Miccichè