Obsession (2026) Horror/Horror psicologico/Romantico/Dramma
Le circostanze eccezionali raramente trasformano l’essere umano; più spesso amplificano ciò che è già presente, portando in superficie aspetti della personalità che, nella quotidianità, rimangono silenziosi. Kurt Lewin sosteneva che il comportamento è funzione della persona e dell’ambiente: le situazioni influenzano il modo in cui l’individuo agisce, ma difficilmente modificano la struttura della sua personalità. La pressione, più che cambiare il carattere, tende a rivelarlo. Il desiderio magico di Obsession funziona esattamente così: una situazione straordinaria che porta allo scoperto la vera natura del protagonista.
È qui che il film diventa sorprendentemente contemporaneo: molte relazioni patologiche non iniziano con la violenza, ma con l’incapacità di accettare un limite.
L’angoscia di Bear non nasce dalla perdita, ma dall’incertezza e dall’insopportabile paura che l’altra persona possa scegliere liberamente qualcuno che non sia lui. Quando il desiderio elimina questa possibilità, privando di fatto Nikki della sua libertà, accade qualcosa di profondamente inquietante: il sogno si realizza, ma la relazione scompare.
Perché una relazione esiste solo quando esistono due soggettività. Se una delle due non è più libera di scegliere, non si è più davanti a un legame, ma alla sua simulazione. L’altro cessa di essere un soggetto e diventa un oggetto, uno strumento chiamato a soddisfare un bisogno anziché una persona da scoprire e accogliere.
Da questo punto di vista, Obsession, esordio nel lungometraggio del giovanissimo Curry Barker, parla molto meno dell’amore di quanto parli del controllo. L’ossessione, infatti, non desidera davvero l’altro: desidera eliminare l’ansia che l’altro produce. Vuole cancellare il rischio del rifiuto, la possibilità dell’abbandono e quell’imprevedibilità che rende ogni relazione autentica un incontro tra due libertà. L’altro non viene più riconosciuto come persona, ma ridotto a regolatore delle proprie emozioni.
È un meccanismo ben noto nella psicologia delle dipendenze affettive: la persona amata smette di essere vista nella sua complessità e diventa una funzione. Deve rassicurare, colmare il vuoto, confermare il valore personale. Quando questo accade, non si ama più una persona reale, ma l’immagine costruita nella propria mente e proiettata sull’altro. È un processo di reificazione: l’altro non viene più incontrato nella sua alterità, ma trasformato in un’estensione del proprio Sé, chiamato a riempire insicurezze, mancanze e vuoti interiori.
Barker è molto abile nel costruire un protagonista moralmente ambiguo e profondamente umano. Bear è vulnerabile e spaventato, ma anche egoista, possessivo e apparentemente incapace di riconoscere la soggettività dell’altro. Lo spettatore è portato inizialmente a empatizzare con lui, salvo poi accorgersi, scena dopo scena, che la vera minaccia non è il desiderio, né il soprannaturale, ma il modo in cui Bear concepisce l’amore. È proprio questo ribaltamento di prospettiva a renderlo disturbante: il mostro non emerge all’improvviso, non è deforme o demoniaco, ma è già presente e prende forma lentamente dentro un bisogno che, all’inizio, appare perfino comprensibile.
Se Bear incarna l’ontologia del mostro, fondata sulla progressiva negazione della libertà dell’altro, Nikki rappresenta una possibile – seppur contaminata – soteriologia dell’amore: una forma di salvezza apparente, generata non dalla reciprocità, ma dalla manipolazione del desiderio. L’amore autentico non coincide con la certezza, ma con la possibilità del rifiuto. Ogni volta che si tenta di eliminare quel rischio, la relazione crolla e al suo posto si erge una prigione; e le prigioni, nel cinema come nella vita, finiscono quasi sempre per rinchiudere anche chi le ha costruite.
Giuseppe Miccichè




