MEN (2022) Thriller psicologico/Body horror/Folk horror/Horror soprannaturale/Mistero
Esiste una provocazione già inscritta nel titolo di Men, una provocazione linguistica prima ancora che cinematografica. Alex Garland sceglie infatti il termine più generico e universale possibile – MEN – per realizzare un’opera che, paradossalmente, non parla realmente degli uomini come individui, ma della costruzione culturale del maschilismo e della sopravvivenza metastorica del patriarcato come ecosistema psicologico.
Ed è proprio qui che il film rivela la propria natura antinomica.
Il titolo suggerisce una riflessione sull’identità maschile nella sua totalità; il contenuto, invece, decostruisce l’idea stessa di mascolinità come categoria neutrale, mostrando come essa sia stata storicamente contaminata da dinamiche di dominio, possesso e controllo emotivo. Garland non accusa il maschio biologico, ma indaga nella sedimentazione culturale del potere maschile attraverso l’esperienza conturbante, a tratti onirica, della protagonista: una donna.
Tuttavia, Men non è un film contro gli uomini, è un film contro la trasmissione sistemica della violenza patriarcale. Il film non mette in scena l’uomo nella sua complessità umana, bensì il maschile come archetipo sociale reiterato nei secoli. Gli uomini che compaiono non sembrano possedere identità autonome, ma sono manifestazioni differenti della medesima struttura culturale. Il regista li svuota progressivamente di individualità fino a trasformarli in simboli.
In questo senso Men assume una dimensione quasi sociologica. La pellicola sembra interrogarsi sulla persistenza invisibile del patriarcato all’interno della contemporaneità occidentale, mostrando come certe forme di dominio non sopravvivano attraverso la violenza esplicita, ma tramite linguaggi emotivi interiorizzati: senso di colpa, manipolazione affettiva, vittimismo aggressivo, paternalismo morale.
Ogni elemento visivo lavora in questa direzione allegorica. La fertilità non genera armonia, genera proliferazione incontrollata della stessa identità maschile. La natura smette di essere madre e diventa meccanismo corrotto di replicazione. Ed è esattamente questo il cuore allegorico di MEN: la paura della trasmissione eterna. Uomini che generano altri uomini identici a sé stessi, ergo trauma che produce altro trauma. Potere che eredita sé stesso.
La trama rimbalza costantemente tra paganesimo e cristianesimo, tra mitologia naturale e costruzione sociale. La mascolinità cambia linguaggio, cambia volto, cambia tono emotivo, ma continua a riprodurre identici meccanismi ciclicamente. Il film rifiuta qualsiasi conclusione catartica. Non c’è liberazione, non c’è riconciliazione, c’è soltanto la presa di coscienza dell’eternità escatologica del sistema.
Giuseppe Miccichè




