LA HAINE (1995) Thriller/Giallo

06:0«È la storia di una società che precipita e che, mentre cade, si ripete per farsi coraggio: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, il problema non è la caduta ma l’atterraggio».

In La Haine, Mathieu Kassovitz costruisce una parabola sociale che ricorda da vicino la metafora della modernità liquida di Bauman, una condizione in cui le strutture si dissolvono e l’insicurezza diventa permanente. La banlieue non è soltanto uno spazio geografico, ma è una condizione esistenziale. È il luogo dell’esclusione sistemica, dell’identità negata, della sospensione.

Il malessere è davvero solo della periferia o appartiene ai “pensanti” che la popolano? Vinz, Saïd e Hubert non sono semplicemente marginali, sono il prodotto di una struttura che li ha già collocati ai piedi della piramide.

Il film mette in scena l’anomia di Durkheimniana memoria: la frattura tra individuo e ordine sociale, la perdita di riferimenti normativi condivisi. In assenza di integrazione, resta la sopravvivenza come obiettivo primario. Non c’è progettualità, non c’è futuro, c’è solo l’oggi e ciò che ne consegue.

Il vero espediente narrativo è LA HAINE, ovvero L’ODIO. Tale sentimento si rivolge verso chi guarda le strade dall’alto, da una posizione di privilegio, per cui la violenza nasce come risposta alla disumanizzazione sistemica. L’odio diventa identità, linguaggio, tentativo disperato di affermazione. L’odio è un vero e proprio personaggio in scena. Vinz, probabilmente, incarna LA HAINE, cioè la personifica. Vinz è la ribellione nichilista.

A metà film, il regista mette in scena uno dei monologhi più iconici del cinema degli anni ’90 la cui metafora si presta a molteplici livelli di lettura, aprendo interrogativi che superano il contesto narrativo.

Voi credete in Dio? Non bisogna domandarsi se si crede in Dio ma se Dio crede in noi. Avevo un amico che si chiamava Grumvalski […]

Buona riflessione…

Giuseppe Miccichè