VERTIGO

La scenografia, realizzata nel 2017 da Giuseppe Miccichè, non rappresenta una città, ma ne evoca l’inquietudine. Le architetture inclinate, sproporzionate, quasi instabili, non aspirano alla verosimiglianza, ma alla tensione. È un paesaggio mentale, non urbano.

L’impianto dell’opera richiama l’espressionismo storico, ma qui la deformazione non è decorativa, è drammaturgica. I palazzi, con le loro superfici ruvide e segnate, gravano sulla scena come coscienze pesanti. I pilastri, che sembrano pulsare di materiale organico, invadono gli spazi con tagli trasversali e profondi. Le finestre illuminate — rettangoli gialli sospesi nel buio — non sono semplici punti luce, ma fenditure emotive. Sono occhi, sono presenze, sono frammenti di storie che non si vedono ma si percepiscono.

È uno spazio che schiaccia e incornicia, che restringe le possibilità di fuga. Teatralmente, la scenografia non è sfondo ma antagonista. Dialoga con l’interprete, lo contraddice, lo mette in crisi.