La mostra #Prigionesilenziosa è composta da nove opere concettuali che raccontano il “dietro le quinte” di un soggetto deliberatamente indefinito, privo di età e genere, in conflitto con la società e con se stesso. L’assenza di connotazioni specifiche consente a chi osserva di identificarsi liberamente nel protagonista.
L’intero percorso è caratterizzato da una tensione costante e da un dolore persistente, espresso attraverso linguaggi diversi e paradossi talvolta criptici.
Il paradosso più significativo riguarda le intenzioni di due identità simboliche che accompagnano il protagonista lungo l’intera narrazione, la Prigione e la Libertà. La loro relazione mette in crisi una lettura binaria del bene e del male, suggerendo l’esistenza di una zona intermedia in cui le opposizioni si contaminano e la realtà si rivela più complessa. Il conflitto assume la forma di un sistema di specchi, in cui prigione e libertà non si contrappongono come antagonisti distinti, ma agiscono come due declinazioni dello stesso sé. In questa prospettiva il vero elemento ostile non è la prigione, come ci si potrebbe attendere, bensì una società carnefice, indifferente e superficiale, violenta nel giudizio e incapace di ascolto ed empatia. Ne deriva una visione in cui anche la libertà perde la sua apparente benevolenza e rivela un carattere problematico e ambiguo.
Ogni dettaglio di queste opere nasconde un significato, a partire dall’uso dell’hashtag (#) nel titolo, un elemento stilistico che colloca la mostra nel presente, nel tempo dei social e della comunicazione frammentata. Il titolo di ogni singola opera si apre con #prigionesilenziosa, seguito da un numero che ne indica l’ordine di creazione e da tre puntini di sospensione prima del sottotitolo che anticipa la vicenda narrata. Quei puntini rappresentano momenti di silenzio prima della parola, un tempo di sospensione che l’artista impone a chi guarda prima di entrare nel senso profondo dell’opera. Non a caso sono collocati in modo volutamente anomalo rispetto alle convenzioni lessicali, aderenti alla seconda parte del titolo, come licenza poetica e come errore lessicale deliberato, pensato per costringere lo sguardo a inciampare e quindi a fermarsi.
L’esposizione assume una forte impronta teatrale. Si articola in due atti e ogni opera funziona come una scena autonoma, contribuendo alla costruzione di una narrazione complessiva.



