Marco 5,9

Poi Gesù gli domandò: «Qual è il tuo nome?». E quello rispose, dicendo:
«Io mi chiamo Legione, perché siamo in molti».
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Artista: Giuseppe Miccichè
Tecnica: scultura
Materiale: polistirolo, olio, gesso, legno, vetro
Dimensioni cm: A40 x L30 x P30
Anno: 2023

Critica

MARCO 5,9: PAREIDOLIA D’UN DELIRIO

Se dovessi trovare un lemma che accomuni la scultura “Marco 5,9” dell’artista col personaggio “Legione” dell’evangelista, probabilmente mi perderei nei meandri folli della simbologia e ne uscirei sconvolto, in quanto – spesso e volentieri – ci si accorge che il Male è talmente abile nel celare il suo volto che è in grado di assumerne molti e quindi nessuno: nonostante viva e lavori da anni nell’Alto Milanese, tanto la Sicilia pirandelliana quanto quella cattolica tradizionalista convivono atavicamente nella filosofia del Micciché, costituendo un connubio all’apparenza improbabile, ma in realtà bene integrato.

Lo scultore infatti è molto abile nello scegliere – quasi fosse un moderno cabalista – una particolare numerologia atta a rappresentare le sue deliranti e micidiali visioni: si pensi al numero 5, od ai colori ed alle dimensioni del volume della scultura.

Cinque sono gli elementi della cosmologia taoista (acqua, fuoco, terra, legno e metallo), così come altrettanti sono i materiali adottati da Giuseppe (polistirolo, olio, gesso, legno e vetro): una simbologia diversa, ma altrettanto delirante, in quanto da una parte abbiamo cinque elementi che danno la vita, ma dall’altra abbiamo cinque materiali che possono renderla molto difficile.

Così come cinque dita unite possono consentire ad una mano di sferrare un pugno, questi cinque materiali – diversi ma complementari tra loro – possono dar vita all’abominevole visione di un Umanità che cede il passo rassegnata alle stesse brutture che ella stessa ha inflitto al mondo: impassibile ed indispettita quindi resta la Natura, la quale sembra fatalmente arrendersi mentre, lì in un angolino, anche se in verità è pronta a colpire – tanto con tifoni quanto con terremoti – nel momento in cui meno ce lo si aspetta.

Questi sono i cinque elementi di cui è intriso Marco 5,9:
il polistirolo un po’ è l’icona dell’artificio di una società tristemente asettica, fortemente industrializzata, fintamente candida ed al contempo irrimediabilmente atomizzata (si pensa ai candidi pallini che con le stesse dimensioni di un punto fermo ne compongono la struttura);
l’olio rappresenta il “crisma” che le istituzioni usano per bollarci da piccoli ed entro cui – volenti o nolenti – siamo condannati a rimanere invischiati, per poi costringerci (come il composto) un po’ a galleggiare ed un po’ ad annaspare nel mare dell’Esistenza;
il gesso, che ad alcuni può ricordare la scuola, indica la porosità dei certi valori d’innanzi al Tempo che inizialmente resistono ma che – a contatto col vuoto nero della lavagna dei problemi insormontabili – cedono un granello alla volta, come quelli di una clessidra;
il legno – in quest’opera l’unico elemento naturale – costituisce il materiale di cui son fatte le nostre “croci” che col loro opprimente e fanatico dogmatismo abbiamo scelto di trasportare sulle nostre penose spalle, che, seppur larghe, prima o poi finiranno per piegarsi;
il vetro è il materiale della falsa trasparenza e che, molto spesso – come fanno i mezzi di comunicazione di massa – ci presta un falso riflesso della Realtà e che, contemporaneamente, se cerchiamo di infrangere, provocherà il collasso emozionale di chi rifiuterà la Verità.

C’è tuttavia anche del Carpenter in Marco 5,9, in quanto i riferimenti ad “Essi Vivono” letteralmente non si risparmiano: un Male celato da “una fisionomia che mi sfugge” (per citare Carlo Verdone in “Zora la Vampira”, capolavoro dei Manetti Bros.) e che si può cogliere solo con alcuni filtri che certamente non si possono acquistare in una costosa bottega di occhiali firmati.

Il castigo per chi ha visto è quindi l’emarginazione da parte di quella stessa società che non ha coscienza (se non immagine) di sé, sempre che non l’abbia mai avuta …

Anche i colori non sono scelti secondo il criterio che si usa per estrarre i bussolotti della lotteria, in quanto tutto è il frutto di una certa abilità comunicativa ed iconografica: il volto è cupo (qui si noti la negredo alchemica), privo di tratti somatici (spersonalizzazione qualunquistica dell’Io) ed avulso dal manifestare una qualsivoglia umana espressione tipica della mimica facciale da noi conosciuta; da quel che sembrano i lobi parietali ed occipitali gronda – come da una “testa vuota” – l’oro, lo stesso vile metallo che alcuni interpretano come simbolo del denaro, ma che altri conoscono quale il simbolo dell’Illuminazione, del Sole e della Divinità; lo stesso oro però, nelle menti degli stolti e degli invidiosi, provoca “sete di sangue” che – ahinoi – zampilla rosso (la rubedo degli alchimisti) dalla giugulare confusa di un collo tremendo, consumato e disumano poiché mozzato dagli stessi di cui prima ho fatto menzione.

Un richiamo alla Rivoluzione Francese ed al Terrore? Che la sete di denaro (simbolo di vanità) provochi il folle desiderio di auto-decapitazione – intesa come auto-annichilimento, od auto-castrazione, delle facoltà emozionali, creative, coscienti e razionali – da parte dell’Essere Umano? È l’oro a chiamare il sangue (elemento che per le culture più ancestrali si è spesso identificato coi concetti di Anima o di Spirito) o si tratta dell’esatto contrario? Il Male esiste in quanto assenza di Bene o tutto questo è il risultato di una moltitudine concatenata di eventi asseribili da un catastrofico “Effetto Locusta” che – al pari di una pandemia – ha diviso l’Umanità ed al contempo l’ha costretta ad auto-annientarsi?

Da ultimo, un riferimento alle dimensioni: che sia un caso che il volume dell’opera misuri 36.000 centimetri cubici? È un ulteriore caso che la radice cubica di tale numero ammonti (stimando un arrotondamento ad un numero intero) a 33? Sarebbe quindi lecito dire che – ritenendo il 33 un numero simbolico che richiama valori messianici – ci sia una dicotomia tra il protagonista del passo di Marco 5,9 (lo stesso che annienta “Legione”) e le dimensioni dell’omonima opera che l’autore ha deciso di creare? In altre parole e per concludere, in una società dimorfe può trovarsi la Salvezza?

Andrea Danile

Critica

La scultura si pone nei riguardi del pensare come coscienza, come fede, come ragione soprannaturale, al di là della natura e della ragione naturale trascendendola: mascherare-personificare (πρόσωπον) ciò che ragione non sa, ciò che ragione non è. La plasticità è trovata da diversi strati di materia. Sorge un volto indefinito che non distingue il fronte dal retro. La spiritualità è accentuata allegoricamente da soluzioni cromatiche. La maschera è strumento di inganno. Il soggetto, la terribile legione evangelica, non demonizza la ragione. Senza negarla agisce in essa, affonda le sue radici in essa, elaborandola, trasformandola, elevandola, assimilandola sempre più in modo tale da rendere tenue il contrasto, colmando lacune a prima vista insormontabili, tra i due ordini di verità.

«Marco 5,9» è fede assoluta, rivelatività di ogni irrelativo, nel presente; un presente che può essere presente a sé stesso solo se sapientemente vincolato alle sue geniture, utopistiche e non. La scultura non è trascrivibile in evi temporali, ma fa di sé stessa capacità soggettiva di leggere l’effimero come classicità della vita storica e delle sue multiformi espressioni di pensiero e di cultura.

«Marco 5,9» non è mai soltanto l’attualità dell’oggi storico quanto il criterio di genitura e la categoria di interpretazione di tutto quanto storicamente si esprime nella vivezza bruciante dell’esperienza che ne attualizza il farsi e il conoscersi secondo questo stesso.

Francesco Rizzo